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Vigile del fuoco ucciso dall’amianto. Usb: “Ma a noi chi ci salva?”

Roma -

 L’ultima storia raccontata dall’Osservatorio Nazionale Amianto è quella terribile di Stelio Groppazzi, vigile del fuoco in servizio a Trieste  dal 1956 al 1990, ammalatosi nel 2005 di mesotelioma da amianto e morto nel 2008 all’età di 75 anni. Oggi la sua famiglia chiede giustizia e lo fa attraverso Morena Groppazzi, figlia di Stelio, rappresentata dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, e dagli avvocati Corrado Calacione e Alberto Kostoris del Foro di Trieste.


Tecnicamente quella di Stelio Groppazzi, appartiene alle morti “asbesto correlate”. La sua malattia è stata certificata come “professionale” dai medici e la sua morte figura nel registro regionale dei soggetti esposti ad amianto per motivi professionali. Però tutto tace. I vigili del fuoco sanno bene cos’è il rischio amianto e sanno ancora meglio cos’è il silenzio.


“Negli anni i danni provocati da amianto sono andati peggiorando - dice Costantino Saporito, Coordinatore Nazionale USB Vigili del Fuoco - La sua presenza confermata all’interno delle attrezzature da lavoro è stata un dramma. Ho visto morire troppi colleghi, gente seria, lavoratori instancabili che hanno dato la vita, nel vero senso della parola, per il loro lavoro. Nonostante queste attrezzature siano state poste fuori servizio  secondo le disposizioni Ministeriali, con decorrenze diverse, a partire dall’anno 1995 fino al 2002, conosco situazioni in cui l’utilizzo di questa maledetta sostanza si è prolungata ben oltre. Ma come si può lavorare così? E’ una vera e propria condanna a morte. Il problema principale è la mancanza di informazioni che noi vigili del fuoco siamo costretti a subire. Nessuno ci dice nulla, siamo solo obbligati ad obbedire e a rischiare la vita per salvare quella degli altri. Ma a noi chi ci salva? L’Amministrazione e le Istituzioni dovrebbero garantire una maggiore tutela. Manchiamo di un decreto Ministeriale interno che garantisca l’obbligo di sottoporci a screening, visite e controlli periodici per verificare il nostro stato di salute. L’ammalarsi qui viene visto come una vergogna perché rischi il posto di lavoro, ma qui in realtà chi è che dovrebbe vergognarsi? Se io mi ammalo, e per di più a causa dell’esposizione da amianto sul posto di lavoro, dovrei avere il diritto ad esser sostenuto, invece manca proprio la mentalità della medicina del lavoro. Per le istituzioni finché l’amianto non si sgretola non è pericoloso, ma che razza di tutela è questa? E’una continua bomba ad orologeria. E’ ora che l’Amministrazione si prenda le proprie responsabilità perché noi non abbiamo mai fatto una visita, uno screening, un controllo che attesti il nostro stato di salute. Quando accade un’emergenza noi siamo doppiamente colpiti, rischiamo per portare a termine il nostro dovere e rischiamo a causa dell’inadempienza di chi dovrebbe tutelarci”.

 

Usb – Coordinamento nazionale Vigili del Fuoco