Accordo sindacato-padroni, il momento è ora non lasciamoli fare
In sordina, con qualche trafiletto non troppo appariscente sui giornali, continua il confronto tra CGIL CISL e Uil, ricompattate dopo l’effimera stagione conflittuale di CGIL e UIL conclusa dalla firma sui contratti pubblici, e le associazioni datoriali su salari e rappresentanza. Un tema che dovrebbe ricevere almeno la stessa attenzione che si sta, giustamente, riservando all’aumento dei prezzi in particolare a quello dei carburanti, perché la questione salariale è l’altra faccia della medaglia carovita. I prezzi salgono, i salari restano al palo, non da oggi, e aumentano così le disuguaglianze.
Il sindacato propone di garantire il reale recupero dell’inflazione attraverso una verifica annuale basata sull’IPCA NEI, cioè l’indice di aumento dei prezzi depurato dalla componente energetica importata.
Il padronato risponde che si deve tenere conto delle condizioni di ciascun settore.
Quindi da un lato si conferma la riduzione del contratto ad una mera funzione di recupero dell’inflazione, usando un indice che non rappresenta realmente l’aumento del costo della vita, dall’altro si risponde che non basta e che devono essere i padroni a decidere se ci sono le condizioni per consentire l’adeguamento.
Siamo di fronte ad una contrattazione al ribasso che parte da un presupposto, quello dei contratti pirata, chiaramente pretestuoso visto che riguarda circa 300mila lavoratori, meno del 2% del totale, e che garantisce il consolidamento del monopolio della rappresentanza in mano a CGIL CISL e UIL, ottenuto ancora una volta sulla pelle di lavoratrici e lavoratori
In sostanza un accordo che prosegue la lunghissima stagione della moderazione salariale, sancita nel 1993, e che avviene in una fase di grande accentuazione della concorrenza capitalista destinata a ridefinire gli equilibri globali. Con una differenza importante, però, rispetto al passato: mentre prima gli accordi erano a tre, governo, sindacati e padroni, e conservavano una parvenza di autonomia sindacale, ora l’accordo è tra padroni e sindacati che, in una sorta di nuovo patto tra produttori, poi si confrontano con la politica. E’ la vittoria definitiva dell’ideologia della Cisl e del sindacato aconflittuale, completamente succube di una logica di pura collaborazione. Sindacati complici e padroni che si rappresentano, insieme, come controparte di lavoratrici e lavoratori, senza neanche la mediazione governativa, contro qualsiasi ipotesi di conflitto sociale.
La risultante, in assenza di un’adeguata opposizione sociale, sarà un ulteriore impoverimento di lavoratrici e lavoratori con conseguente drastico aumento delle disuguaglianze.
Non a caso la contropartita della blindatura della rappresentanza si sovrappone a quella prodotta dalla legge elettorale con l’aumento sproporzionato delle firme da presentare per la presentazione di nuove liste, nel chiaro intento di impedire l’accesso di nuove forze sindacali e politiche che siano interpreti del dissenso sociale nei luoghi della decisione. Una sostanziale sospensione delle agibilità democratiche che consegna definitivamente il Paese nelle mani della casta che lo ha portato allo stato in cui versa oggi.
Non lasciare che CGIL CISL e UIL svendano ancora una volta lavoratrici e lavoratori, è un imperativo. Per farlo serve una piattaforma alternativa che in un contesto di crisi strutturale come quello attuale abbia il coraggio di andare all’attacco
- Individuazione di un nuovo indice che “ripesi” le voci che compongono il paniere su cui viene calcolato l’aumento dei prezzi
- Istituire un meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’aumento dei prezzi basato sul nuovo indice
- Affidare alla contrattazione il compito di riequilibrare le disuguaglianze attraverso l’aumento reale dei salari oltre il recupero dell’inflazione, partendo da una soglia salariale minima di 2mila euro netti in paga base e conseguente riproporzionamento
Il momento è ora. Non lasciamoli fare.