Arresti, sanzioni, multe e contestazioni disciplinari. Per ricacciarli indietro è ora di tornare in piazza
Il governo Meloni sta mettendo in campo una seria offensiva repressiva per provare ad impedire che tornino ad esprimersi movimenti di protesta diffusi e generalizzati come quelli che abbiamo vissuto nei mesi scorsi sotto l’egida del “Blocchiamo tutto”. Non si tratta di un provvedimento singolo ma di un insieme di misure che hanno tutte lo stesso obiettivo: colpire gli attivisti e i movimenti conflittuali sul piano politico e su quello dell’agibilità con tutti gli strumenti di cui il sistema dispone.
L’offensiva è partita nel periodo natalizio con l’arresto di diversi componenti di organizzazioni palestinesi in Italia, concertato direttamente con la polizia israeliana, e finalizzato a costruire un vero e proprio teorema politico-giudiziario, teso a screditare il movimento a sostegno dei diritti del popolo palestinese come organicamente collegato ad Hamas. Al di là della fragilità delle accuse, in gran parte basate su dati forniti da uno Stato riconosciuto dalle Nazioni Unite come responsabile di genocidio, ciò che serviva al governo era costruire il massimo del clamore mediatico per infliggere un colpo politico allo straordinario movimento dell’autunno.
Contemporaneamente sono cominciate le rappresaglie contro attivisti sindacali e studenteschi che si sono visti recapitare multe e sanzioni anche per diverse migliaia di euro per avere sostenuto gli scioperi e contribuito a bloccare la circolazione ferroviaria con l’occupazione dei binari in città come Catania, Bergamo, Massa o Torino. Questa azione repressiva a vasto raggio, che sta investendo diverse città e che mira a creare un clima di intimidazione e a scoraggiare la ripresa delle mobilitazioni, sta innescando una risposta solidale tra le varie componenti del movimento, che hanno prontamente intrapreso sia un’azione di tipo legale per contrastare i provvedimenti illegittimi sia iniziative di solidarietà finalizzate a predisporre “casse di resistenza” in grado di mettere in protezione i compagni colpiti. E sabato 24 gennaio a Massa è prevista una prima mobilitazione di piazza.
A queste iniziative più eclatanti vanno però aggiunti diversi altri episodi che appartengono alla stessa strategia. Innanzitutto l’operazione contro i Vigili del Fuoco dell’USB, rei di aver manifestato in uniforme e pertanto raggiunti da contestazioni disciplinari. Una operazione orchestrata direttamente dai vertici del Viminale e che punta a “rimettere in riga” i pompieri ribelli per normalizzare l’intero Corpo nazionale, in vista di una riforma complessiva che mira ad inquadrare i Vigili del fuoco come agenti di pubblica sicurezza, stravolgendone completamente storia e vocazione. Su questa vicenda il 28 gennaio si terrà una importante assemblea a Roma che sta già riscuotendo una forte attenzione.
Poi c’è la pericolosissima ipotesi di legge contro l’antisemitismo, che ha il chiaro intento di tappare la bocca ai movimenti di protesta contro i crimini di Israele. Ci sono gli sgomberi contro le occupazioni abitative e gli spazi sociali, a cominciare dal centro sociale Askatasuna di Torino, che sta preparando una forte risposta di mobilitazione generale per sabato 31 gennaio. E le misure previste dal nuovo decreto sicurezza, che predispongono una serie di sanzioni economiche contro i manifestanti, con multe fino a 20mila euro per manifestazioni non autorizzate, fermi di 12 ore senza bisogno di particolari giustificazioni, divieti a prendere parte alle mobilitazioni solo sulla base di semplici denunce non ancora arrivate a giudizio, ed altre deformazioni dello stato di diritto.
Un insieme di misure, quindi, che vuole provare a normalizzare il Paese e costringerlo ad accettare le politiche di guerra e il peggioramento delle condizioni economiche.
Per impedire che questi progetti si realizzino la risposta più efficace sta proprio nella ripresa della mobilitazione. La chiamata che i portuali di diversi porti del Mediterraneo hanno lanciato (ce ne sono già più di 20 che hanno aderito finora) per uno sciopero internazionale il prossimo 6 febbraio è l’appuntamento che stavamo aspettando.
Organizziamoci affinché il 6 febbraio sia una grande giornata di lotta in tutte le principali città portuali del nostro paese, contro il riarmo, la privatizzazione delle banchine, i traffici di armi con Israele e l’economia di guerra. I lavoratori dei porti non lavorano per la guerra, nessuno vuole lavorare per la guerra!
Venerdì 23 gennaio ASSEMBLEA NAZIONALE a Genova – ore 18.00 al Circolo dell’Autorità Portuale CAP per costruire la mobilitazione.