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Basta patti neocorporativi a spese dei lavoratori, uscire dalla crisi tassando grandi patrimoni e rendite da capitale

Nazionale -

L’evidenza che l’emergenza pandemica globale sarebbe ricaduta come una scure sulle fasce più deboli della popolazione si va concretizzando giorno dopo giorno.

 

L’ultimo decreto del governo ne è l’ennesima dimostrazione. Quello che avrebbe dovuto rappresentare il ‘rilancio’ dell’economia del nostro Paese si è rivelato in realtà l’ennesimo strumento per elargire sussidi a fondo perduto alle grandi imprese, le stesse che ogni anno staccano cedole milionarie ai propri azionisti o che evadono le tasse, portando gli ingenti profitti realizzati nel nostro paese, nei paradisi fiscali dentro e fuori l’Unione Europea.

 

Un sistema neoliberista che negli anni ha di fatto precarizzato e impoverito lavoratori e ceti medi, erodendo la media e piccola impresa. Anziché affrontare questa emergenza ristabilendo il proprio ruolo centrale nell’economia del paese, il governo ha preferito che a dettare le priorità dell’agenda di governo fossero ancora una volta le Authority e le associazioni datoriali, che hanno ben altro scopo che l’interesse collettivo della popolazione.

 

E non è un caso che proprio in questi giorni sia il vicepresidente per le relazioni industriali di Confindustria, Maurizio Stirpe, che lo stesso presidente Carlo Bonomi ripropongano la stessa ricetta avvelenata dei loro predecessori, sostenendo che da un lato il governo e dall’altra i lavoratori, debbano garantire la massima produttività delle imprese, puntando a un abbassamento dei salari attraverso il superamento dei contratti nazionali e dei minimi tabellari, da riconquistare se mai con la contrattazione aziendale.

 

Nessun impegno rispetto al mantenimento dei livelli occupazionali, anzi prevedono apertamente la scomparsa tra 500.000 e 1 milione di posti di lavoro, condendo il tutto con un pressante richiamo all’ordine rivolto a Cgil Cisl Uil per l’attuazione del famigerato accordo siglato il 9 marzo del 2018, il cui obiettivo principale era bloccare l’istituzione del salario minimo per legge e l’approvazione di una legge sulla rappresentanza/rappresentatività sindacale.

 

Un bel richiamo all’ordine all’insegna di un nuovo patto neocorporativo rivolto a questi sindacati che della subalternità agli interessi dell’impresa e dei profitti hanno fatto la linea guida della loro politica, in un momento in cui la pandemia ha evidenziato una tragica realtà: il fallimento di un sistema basato sul mercato, sulla competizione internazionale, sullo sfruttamento più brutale di milioni di esseri umani e sull’impoverimento generalizzato di larga parte della società.

 

Nessun rammarico per quanto successo negli anni passati, per le privatizzazioni à gogo che tanto hanno fatto guadagnare a loro signori, dai trasporti alle telecomunicazioni, dalle banche alle aziende municipalizzate, dai servizi comunali alla sanità, di cui oggi piangiamo lo sfascio in termini di decine di migliaia di morti.

 

Trent’anni di tagli ai servizi e agli investimenti sociali, peggiorati negli ultimi decenni a causa delle pressioni e dell’austerità imposte al nostro Paese dall’Unione Europea con numerosi trattati il cui risultato finale è stato di permettere ai cosiddetti stati del Nord, in testa la Germania, di espandersi a spese nostre e degli altri paesi della sponda del Mediterraneo.

 

In questo quadro generale si inserisce un altro elemento che ci preoccupa fortemente e ci rimanda alla data del 17 agosto, quando terminerà il divieto di licenziamento, in un contesto dove la proroga di 5 settimane di cassa integrazione previste dal Decreto Rilancio risulta del tutto insufficiente a coprire un arco temporale ben più ampio. Quale sarà il destino delle migliaia di lavoratori e lavoratrici impiegati nei settori che non vedranno una ripresa, in particolare quelli che hanno fatto ricorso alla Cassa Integrazione in deroga, se resterà aperta la strada dei licenziamenti? Dopo aver pagato a proprie spese, con ferie e permessi forzati, con gli ammortizzatori che ancora stentano ad arrivare e con stipendi ridotti, l’unica alternativa sarà la perdita del posto di lavoro?

 

La previsione, che ormai è data quasi per inevitabile, della scomparsa di centinaia di migliaia di posti di lavoro - dovuta alla caduta della domanda interna e dall’accentuarsi della concorrenza a livello internazionale – spinge il governo verso l’accettazione di presunti finanziamenti europei a fondo perduto o senza condizionalità, dal MES, il meccanismo di finanziamento dei paesi in difficoltà finanziaria, lo stesso che ha portato al tracollo la Grecia, al Recovery Fund destinato agli investimenti in campo sanitario: in entrambi i casi i Commissari Europei hanno già detto che presuppongono da parte dei paesi richiedenti, le necessarie riforme.

 

Ricordiamoci la lettera dell’8 agosto del 2011 a firma Trichet e Draghi, presidenti della BCE, uno uscente e l’altro entrante, le cui raccomandazioni pressanti portarono al governo Monti e la Fornero i quali ci regalarono l’allungamento degli anni necessari per la pensione, e le prime modifiche all’art.18.

 

A settembre la situazione sociale sarà ancora più disastrosa, ma non possiamo certo rimanere fermi ad aspettarne l’evoluzione quasi naturale verso il conflitto.

 

Le risposte debbono arrivare ora, dobbiamo pretendere che le istituzioni si facciano carico fin da subito di sostenere chi non ha possibilità né l’ha mai avuta di accedere agli ammortizzatori sociali, di garantire il reddito a chi non ha lavoro, di impedire che gli Agnelli e altri loro compari continuino ad eludere il fisco italiano pagando le tasse in Olanda o in altri paradisi fiscali e poi si facciano finanziare le crisi dalle banche italiane.

 

Il governo deve prendere i soldi da chi li ha accumulati in questi anni, tassando le rendite da capitale e i grandi patrimoni, reinternalizzando i servizi privatizzati a partire dalla sanità, dalla previdenza, dal terzo settore, con un grande piano di assunzioni nella pubblica amministrazione, eliminando la precarietà dalla scuola, dagli ospedali, dalla ricerca, dagli enti locali, dalle istituzioni culturali, garantendo a chi ha perso il lavoro il prolungamento della CIG e della FIS, il pagamento delle bollette e degli affitti, il bonus spesa, e tutto quanto necessario ad evitare che la crisi la paghino i soliti noti.

 

Con la fine del lockdown molte lavoratrici e lavoratori, addetti ad attività sempre e tutt’ora chiuse, si sono mobilitati, spesso auto-organizzandosi ma molte altre volte chiedendo sostegno a più soggetti.

 

Le nostre federazioni in molti casi sono state presenti o hanno contribuito al successo di queste iniziative. L’invito che rivolgiamo a tutti è di continuare a sostenere tali momenti di lotta, evitando l’auto-isolamento, poiché oggi più che mai la realtà non si presenta sempre con i canoni tradizionali cui siamo abituati, conseguenza della frantumazione del mondo del lavoro, della precarizzazione, del lavoro nero o fintamente autonomo.

 

Per quanto ci riguarda non ci siamo fermati nelle fasi 1 e 2 dell’emergenza: amplieremo ancor di più i momenti di lotta anche in queste settimane, con la manifestazione nazionale della scuola/ricerca/università il 10 giugno al MIUR, il 16 giugno manifesteremo davanti alle Regioni a sostegno anche delle tante vertenze che in queste settimane hanno attraversato i nostri territori, dagli stagionali ai taxisti, dai lavoratori alle partite Iva dello spettacolo, della cultura, dello sport; il 15 giugno saremo al Campidoglio per la manifestazione degli addetti al turismo, per il 18 giugno USB ha indetto lo sciopero nazionale del Trasporto Pubblico Locale mentre altre categorie stanno discutendo mobilitazioni nazionali e scioperi entro la fine di questo mese.

 

Unione Sindacale di Base

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