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Contro la guerra permanente: da Berlino una voce di resistenza, USB invitata alla conferenza della Junge Welt

Nazionale -

La conferenza è un appuntamento annuale organizzato dalla junge Welt dal 1996, che riunisce attivisti, teorici, sindacalisti e movimenti progressisti da tutta Europa e oltre, con l’obiettivo di analizzare criticamente l’attualità politica, sociale e antimperialista. 

Il titolo e i dibattiti della 31ª edizione si sono concentrati sui pericoli del crescente militarismo, sulle politiche di riarmo in Germania e nell’Unione Europea, e su come i media mainstream contribuiscono alla legittimazione di queste politiche.

Mentre governi e media spingono l’Europa verso una nuova epoca di guerra permanente, a Berlino, il 10 gennaio, circa 4000 persone si sono ritrovate per dire no. La 31ª Conferenza Internazionale Rosa Luxemburg, organizzata dal quotidiano comunista junge Welt, è stata molto più di un convegno: è stata un atto politico di rottura contro la normalizzazione del militarismo e della propaganda bellica.

Il titolo della conferenza – “A capofitto nella guerra – contro la follia del riarmo e la mobilitazione mediatica” – non ha lasciato spazio ad ambiguità. Al centro dei lavori, una denuncia radicale: la guerra non è un incidente della politica europea, ma il suo orizzonte strategico.

Riarmo, capitalismo, autoritarismo

Gli interventi hanno smontato la retorica ufficiale secondo cui il riarmo garantirebbe “sicurezza” e “stabilità”. Al contrario, è emerso con chiarezza come la corsa agli armamenti serva prima di tutto al complesso militare-industriale e a un sistema capitalistico in crisi, che trova nella guerra un nuovo motore di accumulazione.

In Germania, il riarmo viene imposto dall’alto, senza consultazione popolare, mentre miliardi vengono sottratti a sanità, istruzione e politiche sociali. La prospettiva di una nuova coscrizione obbligatoria e di un ruolo guida militare tedesco in Europa segna un salto autoritario che richiama pagine oscure della storia continentale.

Media di guerra

Particolarmente duri gli interventi sul ruolo dei media mainstream, descritti come parte integrante dell’apparato bellico. Non semplici osservatori, ma attori politici che:

  • giustificano escalation e interventi militari;
  • cancellano il punto di vista delle vittime;
  • delegittimano chi si oppone alla guerra, marchiandolo come “estremista” o “nemico interno”.

La cosiddetta “opinione pubblica” viene così preparata ad accettare l’inaccettabile: più armi, più morti, meno diritti.

Palestina, Cuba, America Latina: solidarietà e sostegno contro l’imperialismo

Tutta la conferenza ha ruotato attorno al sostegno e alla solidarietà con la Palestina, il Venezuela e Cuba. Dura condanna dell’attacco al Venezuela e richesta di liberazione per il Presidente Maduro e  Cilia Flores. La conferenza ha dato spazio a voci internazionali provenienti dai tre paesi attraverso interventi, analisi ma anche musica e poesie che hanno riportato la guerra alla sua realtà materiale: corpi, distruzione, assedio. Dalla Palestina, dove il genocidio viene tollerato e armato dall’Occidente, a Cuba colpita dal bloqueo, al Venezuela sottoposto a sanzioni e oggi a una guerra: l’imperialismo è una pratica quotidiana.

Contro i doppi standard occidentali, la conferenza ha riaffermato un principio chiaro: non esistono guerre “giuste” condotte dalle potenze imperialiste.

Organizzarsi contro la guerra

Il messaggio finale della giornata è stato netto: la pace non si invoca, si costruisce organizzandosi. Sindacati, movimenti giovanili e realtà politiche hanno lanciato mobilitazioni:

 contro la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco programmata per febbraio

 contro la coscrizione sciopero scolastico il 5 marzo

 contro l’arruolamento ideologico nelle scuole e nei luoghi di lavoro, un patto di solidarietà tra chi si   oppone alla guerra e all’arruolamento

Perché la guerra, come ricordava Rosa Luxemburg, nasce nelle fabbriche, nei parlamenti, nei giornali. E solo una resistenza collettiva e internazionalista può fermarla.

In un’Europa che corre verso l’economia di guerra e la repressione del dissenso, la Conferenza Rosa Luxemburg ha urlato contro la guerra imperialista e per la solidarietà internazionalista.

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Relazione di Cinzia Della Porta alla 31° conferenza della Junge Welt - Berlino 10.01.26

Grazie dell’invito a questa importante conferenza

Noi siamo l’organizzazione sindacale, USB, che ha detto Blocchiamo tutto! E lo abbiamo fatto! Contro il genocidio del popolo palestinese e contro la complicità del governo italiano con Israele abbiamo portato in piazza milioni di persone e bloccato tutto: porti, stazioni, strade, autostrade, con due enormi scioperi generali il 22 settembre e il 3 ottobre.

L'attacco degli Stati Uniti al Venezuela è un atto molto grave e pericoloso. Ed è una chiara prova della profonda crisi degli Stati Uniti, schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato che non è più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione messa a nudo dalla concorrenza cinese, da un'inflazione pronta a esplodere a causa dei dazi e, se Trump ordinerà alla Fed di tagliare i tassi, da una gigantesca bolla finanziaria che è ormai al punto di rottura. Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra, attaccando un paese ricco di risorse, al fine di rilanciare l'economia interna e proteggere la bolla finanziaria. Del resto, l'intera strategia di Trump è orientata all'acquisizione di risorse e alla moltiplicazione degli affari statunitensi in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del Canale di Panama, o all'hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, Uruguay e Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e degli attacchi a Lula. Ultimo ma non per gravità l’obiettivo di annettere la Groenlandia, ponendosi così in conflitto aperto con la Danimarca, facente parte dell’Alleanza Atlantica, messa in discussione nelle sue fondamenta dalle politiche trumpiane.

Gli Stati Uniti, in grave declino, optano per prove di forza unilaterali come arma per risolvere le tensioni economiche, sostituendo o integrando i dazi, al fine di continuare a imporre il dollaro come valuta internazionale e costringere il mondo ad acquistare debito, coperto dalle risorse delle terre “colonizzate”. Il forte legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un'intera area, spaventando le petro-monarchie ormai ribelli, riluttanti a investire negli Stati Uniti, e minacciando la guerra in Iran per acquisire il monopolio dell'energia, l'unica cosa a cui Trump può mirare. La guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le economie europee e acquisire risorse. In sintesi, penso che l'attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile.

Oggi, 10 gennaio, USB è in molte piazze italiane in sostegno del Venezuela e per la liberazione di Maduro e Clelia.

 

USB – Riarmo, economia di guerra e lotta di classe: dai portuali agli scioperi di settembre/ottobre

Un contesto globale di instabilità sistemica

L'attuale quadro internazionale è caratterizzato da una profonda instabilità sistemica. La crisi del modello neoliberista, la frammentazione delle catene del valore globali e la competizione per le materie prime e le tecnologie strategiche stanno ridefinendo gli equilibri di potere mondiali. La guerra – dall'Ucraina al Medio Oriente – non è un'eccezione, ma piuttosto un modo di gestire la crisi. Le potenze capitaliste utilizzano i conflitti militari come strumento di politica industriale e di riordino delle gerarchie globali. In questo quadro, l'Unione Europea si allinea pienamente al blocco atlantico, adottando come priorità strategica la costruzione di un'economia di guerra permanente.

Il riarmo come strategia di accumulazione

Secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), la spesa militare globale nel 2024 ha raggiunto i 2,44 trilioni di dollari, circa il 2,3% del PIL globale. L'Europa registra la crescita più rapida: +16% nel periodo 2023-2024. In Italia, la spesa militare per il 2025 ammonta a 29,8 miliardi di euro (Osservatorio Mil€x, Rapporto 2025). Gli investimenti pubblici sono concentrati nelle principali aziende del settore della difesa – Leonardo, Fincantieri, MBDA – consolidando un complesso militare-industriale sostenuto dallo Stato. Il riarmo funziona come un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica, sostenuto dal debito pubblico, dai sussidi e dal consenso ideologico.

L'economia di guerra: struttura e logica

L'economia di guerra comporta una trasformazione completa della governance economica e dei sistemi di produzione. Significa centralizzazione del processo decisionale, riorientamento delle catene di produzione verso tecnologie a duplice uso e militarizzazione della ricerca e dell'istruzione. La narrativa della “sicurezza” giustifica il dirottamento delle risorse dal welfare e dai servizi pubblici agli armamenti. L'economia di guerra diventa così un nuovo paradigma di accumulazione, con lo Stato militarizzato come principale motore economico.

Conseguenze sociali e lavorative

L'economia di guerra ha effetti diretti sulle condizioni di lavoro: defiscalizzazione del welfare e dei servizi pubblici, precarietà e deregolamentazione diffuse, ristrutturazione industriale, aumento della repressione. Le guerre esterne si traducono in una guerra interna contro il lavoro, con la riduzione dei salari e l'indebolimento della contrattazione collettiva e dei diritti.

La crisi del sindacalismo concertativo

Il tradizionale sistema di partenariato sociale rivela i suoi limiti: in un capitalismo militarizzato, la mediazione diventa complicità. Le principali confederazioni – CGIL, CISL, UIL – accettano i quadri di “compatibilità” della NATO e dell’UE, allineandosi alle politiche economiche di guerra. Al contrario, il sindacato di classe riafferma la sua autonomia e il suo antagonismo come unica vera alternativa.

La funzione del sindacato di classe

Un sindacato di classe collega la difesa immediata degli interessi dei lavoratori alla critica strutturale del sistema che li nega. Il suo ruolo è quello di smascherare il legame tra militarismo e sfruttamento, difendere i salari e il welfare, promuovere una conversione civile della produzione e costruire un fronte internazionale del lavoro contro la guerra e l'ingiustizia sociale. Per un sindacato di classe l'internazionalismo è un punto cruciale. La nostra lotta per porre fine al genocidio in Palestina e alla complicità del governo italiano con Israele è un punto importante, su cui abbiamo condotto molte lotte e gli enormi scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre.

Verso un nuovo internazionalismo del lavoro

Il sindacato di classe deve denunciare il riarmo come meccanismo di accumulazione capitalistica e costruire un movimento di massa contro la guerra e per la pace sociale. Solo un internazionalismo del lavoro - basato sulla solidarietà e sull'autonomia - può sfidare l'economia di guerra e riportare la classe lavoratrice come soggetto storico. USB insieme alla FSM a cui è affiliata porta avanti la necessità del rafforzamento del movimento internazionale dei lavoratori anticapitalista, antimperialista e di classe.

Le lotte dei portuali: in prima linea contro la guerra

La fase attuale è caratterizzata dalla militarizzazione dell'economia e della vita sociale. Le politiche di riarmo promosse dai governi europei, con l'Italia tra i protagonisti, sono giustificate in nome della sicurezza nazionale, ma in realtà reindirizzano le risorse pubbliche verso il complesso militare-industriale. Il risultato è chiaro: aumento dei bilanci militari, stagnazione dei salari, riduzione del welfare e repressione dei conflitti sociali. L'USB identifica questa dinamica come l'essenza dell'economia di guerra: non solo la produzione di armi, ma una ristrutturazione autoritaria globale dell'economia e del lavoro.

Uno degli esempi più evidenti di opposizione concreta all'economia di guerra è la mobilitazione dei portuali organizzata dall'USB. In porti come Genova, Livorno e Civitavecchia, i lavoratori hanno bloccato il carico di merci militari destinate alle zone di guerra, in particolare a Israele e all'Ucraina. Queste azioni, compiute tra il 2021 e il 2024, hanno messo in luce il ruolo dei porti italiani come nodi logistici della guerra imperialista. L'USB ha difeso i lavoratori portuali che hanno subito attacchi giudiziari e mediatici, affermando il diritto di sciopero per motivi politici ed etici, un principio fondamentale del sindacalismo di classe. Questa esperienza ha segnato una svolta: ha dimostrato che la guerra passa attraverso i luoghi di lavoro e che la resistenza contro la guerra può e deve nascere dagli stessi lavoratori.

Costruire un fronte nazionale di lotta

Da queste esperienze si è sviluppata una mobilitazione più ampia, che ha unito le lotte contro la militarizzazione dell'economia, la precarietà e la compressione salariale, nonché gli attacchi ai diritti sindacali e alla contrattazione collettiva. Dal 2023 l'USB ha riunito queste rivendicazioni in una piattaforma nazionale: “Contro la guerra, contro il costo della vita, per i salari, la pace e la giustizia sociale” sotto lo slogan ABBASSATE LE ARMI ALZATE I SALARI.

Gli scioperi di settembre-ottobre: un segnale politico di lotta di classe

Gli scioperi generali del 2024 e quelli di settembre e ottobre 2025, organizzati dall'USB e da altri sindacati di base, hanno espresso chiaramente questa linea. Richieste principali: aumenti salariali generali, riduzione dell'orario di lavoro, arresto immediato del riarmo e investimenti pubblici nel welfare, nella sanità, nell'istruzione e nei trasporti. Nonostante la repressione del governo e i tentativi di limitare il diritto di sciopero, la partecipazione è stata elevata nei settori dei trasporti, dell'istruzione, della sanità, della logistica e dell'industria manifatturiera. Gli scioperi di settembre sono così diventati un atto di resistenza sociale e politica nel contesto dell'economia di guerra.

Dalla resistenza alla proposta: costruire l'alternativa sociale

L'USB va oltre la denuncia e propone un progetto sociale positivo: conversione civile delle industrie militari e high-tech, piani di occupazione pubblica e transizione ecologica, centralità dei servizi pubblici come diritti sociali e ripristino della contrattazione collettiva come strumento di potere dei lavoratori. In questa prospettiva, la lotta contro il riarmo diventa parte della più ampia lotta per la socialdemocrazia e l'emancipazione dei lavoratori.

Il ruolo del sindacato di classe oggi

Oggi il sindacato di classe si trova a un bivio: o diventa un gestore tecnico all'interno dell'economia di guerra, o rivendica il suo ruolo storico di organizzazione del potere e della coscienza di classe. L'USB sceglie la seconda strada. Costruire un sindacato di classe oggi significa collegare le lotte salariali al movimento contro la guerra, unire i lavoratori del settore pubblico e privato, praticare un internazionalismo concreto e difendere l'autonomia organizzativa e politica dai governi e dai datori di lavoro.

Le lotte dei lavoratori portuali e gli scioperi di settembre dimostrano che la pace si costruisce attraverso la lotta di classe, non attraverso appelli diplomatici. La guerra passa attraverso le fabbriche, i porti e i quartieri popolari. Pertanto, il sindacato di classe deve diventare il luogo in cui i lavoratori organizzano la resistenza sociale all'economia di guerra e costruiscono una società alternativa basata sul lavoro, non sul profitto.

lo sciopero USB il 28 novembre

L'USB ha proclamato uno sciopero nazionale per il 28 novembre, un passo essenziale nella lotta contro l'economia di guerra, l'erosione salariale e lo smantellamento dei servizi pubblici. Lo sciopero affonda le sue radici nella piattaforma nazionale dell'USB, che chiede:

– Aumenti salariali reali indicizzati all'inflazione;

– Riduzione dell'orario di lavoro senza perdita di retribuzione;

– L'immediata sospensione degli aumenti della spesa militare e la riallocazione delle risorse alla sanità, all'istruzione, ai trasporti e al welfare;

– La piena tutela del diritto di sciopero, in particolare nei settori strategici colpiti dalle nuove restrizioni governative;

– Un piano nazionale per la conversione sociale ed ecologica delle industrie strategiche.

  • Per la Palestina, contro il genocidio e la complicità del governo italiano con Israele

Lo sciopero del 28 novembre prosegue il ciclo di mobilitazione avviato con gli scioperi di settembre, rafforzando il fronte nazionale di resistenza contro la militarizzazione, l'ingiustizia sociale e le politiche di austerità.

Dalle mobilitazioni di novembre alla prossima fase del conflitto

Le mobilitazioni del 28 e 29 novembre rappresentano un passo avanti qualitativo nella costruzione di un'opposizione sociale e politica all'economia di guerra. Lo sciopero nazionale del 28 novembre ha confermato l'esistenza di una base sociale ampia e trasversale disposta a collegare le lotte salariali, la difesa dei servizi pubblici e l'opposizione alla militarizzazione all'interno di un quadro analitico e politico unificato.

Al di là dei livelli di partecipazione, il significato dello sciopero risiede nel suo contenuto politico: ha sfidato esplicitamente la riallocazione delle risorse pubbliche verso la spesa militare e ha messo in luce il legame strutturale tra il riarmo, la compressione salariale e la restrizione autoritaria dei diritti sindacali. In questo senso, lo sciopero non ha funzionato solo come azione difensiva, ma come rifiuto collettivo dell'economia di guerra come modello di organizzazione sociale.

La manifestazione nazionale del 29 novembre ha ulteriormente consolidato questo processo. Riunendo lavoratori di diversi settori, movimenti sociali e reti politiche, ha reso visibile l'emergere di un blocco sociale in grado di articolare un'alternativa alla narrativa dominante basata sulla sicurezza. La convergenza tra le lotte sindacali e le posizioni contro la guerra ha dimostrato che l'opposizione alla militarizzazione non è esterna al conflitto di classe, ma ne è sempre più una delle dimensioni centrali.

All'interno di questo ciclo di mobilitazione in evoluzione, l'USB ha annunciato la prossima giornata internazionale di lotta nei porti per il 6 febbraio. Questa iniziativa è strategicamente significativa. I porti rappresentano un nodo materiale dell'economia di guerra, dove le catene di approvvigionamento militari globali si intersecano con i processi lavorativi locali. Le mobilitazioni dei lavoratori portuali evidenziano i modi concreti in cui le guerre sono sostenute attraverso le operazioni logistiche quotidiane e riaffermano la capacità del lavoro organizzato di interrompere e contestare questi flussi.

La giornata di lotta dei porti conferma quindi una traiettoria politica più ampia: dagli scioperi generali alle azioni settoriali che prendono di mira infrastrutture strategiche, il sindacato di classe promuove una forma di conflitto che combina dimensioni economiche, politiche e internazionaliste. In questo modo, sfida sia la normalizzazione della guerra sia il tentativo di depoliticizzare i rapporti di lavoro in condizioni di militarizzazione permanente.

Viva la Palestina

Viva il Venezuela

Viva Cuba

Viva l’internazionalismo proletario