Dopo la vergogna dell’ultimo rinnovo del Ccnl Federculture, anche la cultura va allo sciopero generale del 30 ottobre
Il 30 ottobre fermiamo il lavoro contro una politica che trova miliardi per la guerra e il riarmo mentre continua a scaricare su lavoratrici e lavoratori il costo dell’inflazione, della precarietà e del contenimento della spesa pubblica. Nel settore della cultura questa stessa scelta prende una forma molto concreta: salari che non recuperano il carovita, appalti costruiti sul risparmio del costo del lavoro e un rinnovo del CCNL Federculture che, invece di invertire questa tendenza, ha visto CGIL, CISL e UIL fare un assist ad Amministrazioni e padronato per arginare le conquiste delle lotte e continuare a risparmiare sul costo del lavoro. Anche per questo anche le lavoratrici e i lavoratori della cultura saranno parte dello sciopero generale del 30 ottobre contro guerra e carovita.
L’importante risultato che continuano a presentarci CGIL, CISL e UIL parlando del rinnovo per il biennio 2022-2024 di aprile, con un aumento dei minimi tabellari a 7,5%, arretrati, raddoppio della quota per l'assistenza sanitaria integrativa e una nuova classificazione del personale, crolla di fronte a un’analisi sistematica della totalità del testo di rinnovo: è lo stesso art.27 che dichiara apertamente che le parti hanno negoziato il nuovo sistema anche tenendo conto dell’”esigenza datoriale di semplificare la gestione dei rapporti di lavoro”. Questo cosa significa?
La classificazione viene compressa, gli inquadramenti futuri diventano meno costosi, alcuni apprendistati vengono prolungati, la stagionalità viene ulteriormente estesa, la crescita professionale trova meno gradini contrattuali attraverso cui tradursi in crescita salariale, il rinnovo economico non recupera nemmeno l’inflazione misurata dall’indice assunto a riferimento dalla stessa contrattazione collettiva.
Il tentativo di CGIL, CISL e UIL è chiaro: semplificare il costo e l’utilizzo della forza lavoro per rendere il CCNL Federculture più flessibile nella gestione e meno svantaggioso per la parte datoriale, tanto a pagarne il prezzo sono sempre i lavoratori.
Due degli elementi più problematici riguardano l’aumento dei minimi tabellari e la nuova classificazione del personale.
CGIL, CISL e UIL rivendicano un aumento dei minimi tabellari del 7,5% peccato però che il recente rinnovo - ricordiamo firmato il 30 aprile 2026 - riguardi il biennio 2022-2024, biennio per il quale recupera appena la metà dell’inflazione, anche se calcolata con l’indicatore IPCA-NEI, utilizzato nella contrattazione contrattuale, che lascia fuori i prodotti energetici, e che nel frattempo il costo della vita è ulteriormente aumentato e che i salari già bassi hanno perso ulteriore potere d’acquisto.
In un momento in cui il carovita è alle stelle tra aumenti dell’energia, della benzina, degli alimentari e dei beni essenziali, un accordo del genere non avvantaggia i lavoratori. Per il quinto di famiglie con minore capacità di spesa, quindi maggiormente esposte al carovita, l’inflazione accumulata nel triennio ha sfiorato il 20%: l’aumento del 7,5% lascia circa 12 punti di inflazione non recuperata.
Non possiamo quindi considerare il recupero tardivo di una parte del salario come un miglioramento strutturale delle condizioni di lavoro.
L’altro elemento problematico su cui urge fare chiarezza riguarda la nuova classificazione del personale. Il nuovo contratto riduce gli inquadramenti da 18 a 10 livelli e poi li accoppa mantenendo come nuovo minimo tabellare quello del livello più basso tra quelli confluiti.
La nuova classificazione protegge sì il vecchio costo, ma abbassa il nuovo. Da anni come Unione Sindacale di Base ci impegniamo nella lotta per rafforzare e rendere sempre più diffusa l’applicazione del CCNL Federculture nel settore degli appalti del settore cultura come argine alla competizione sul ribasso contrattuale e questo ha portato già a numerose vittorie, come a Padova e Milano.
La conquista del Federculture è stato ed è un passaggio intermedio fondamentale non solo per migliorare le condizioni di lavoro di chi è assunto tramite il sistema degli appalti, ma anche perché riduce significativamente le diseguaglianze economiche da chi, invece, svolgendo la stessa mansione, è ancora dipendente pubblico, mettendo in discussione la convenienza economica del sistema degli appalti in questo settore. Il reale obiettivo finale, per cui centinaia di lavoratrici e lavoratori si stanno organizzando, è la reinternazionalizzazione dei servizi culturali con un massiccio piano di assunzioni pubbliche.
CGIL, CISL e UIL hanno dunque sottoscritto un meccanismo che, proprio mentre le lotte stanno costringendo sempre più amministrazioni a riconosce Federculture come contratto di riferimento negli appalti culturali, rende potenzialmente meno costoso applicarlo attraverso la compressione degli inquadramenti delle nuove assunzioni. Così, mentre le lotte che USB ha condotto hanno portato alla conquista dell’applicazione di un contratto migliore dei CCNL tradizionalmente utilizzati negli appalti, chi quel contratto lo firma interviene per renderne meno onerosa l’applicazione per la controparte datoriale.
Il vergognoso rinnovo del Federculture non è un incidente di percorso nel lavoro sindacale dei confederali, ma rientra perfettamente all’interno delle scelte e delle azioni che questi hanno intrapreso negli ultimi trent’anni, assumendo sempre di più una funzione concertativa, difendendo gli interessi padronali e giocando sulla pelle di milioni di lavoratori. L’accordo che stanno preparando proprio ora con il padronato per chiudere ogni spazio di democrazia nei luoghi di lavoro e confermare decenni di moderazione salariale continua sulla stessa strada.
Continueremo a costruire mobilitazioni, assemblee e scioperi, contro ogni logica che metta il profitto, il contenimento della spesa o le esigenze delle aziende davanti alla dignità e ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e il 30 ottobre torniamo a bloccare tutto nella giornata di sciopero generale contro guerra e carovita!