Il bluff della Meloni in vista del 1° Maggio
Dopo la batosta del referendum, per il governo Meloni la strada sembra sempre più in salita. L’Istat ha confermato che il rapporto tra Pil e debito pubblico non rientra nel fatidico 3% e che pertanto non ci sarà nessuna possibilità di avviare a chiusura la procedura di infrazione contro l’Italia, aperta dalla Ue a metà del 2024. Questo significa che le spese per la difesa non potranno essere svincolate dal calcolo del debito pubblico e che il governo, per onorare gli impegni in tema di riarmo sia con la Nato e con la Ue, dovrà mettere mano a pesanti tagli su altre voci di bilancio.
Questo spiega l’insistenza con la quale il ministro Giorgetti sta chiedendo la sospensione del Patto di Stabilità alla Commissione europea, che però al momento non sembra intenzionata a dargli retta.
I conti dello scorso anno, però, sono solo uno dei problemi gravi con cui è alle prese il governo. Un altro è sicuramente l’avvicinarsi di una nuova fiammata inflazionistica, sulla spinta dell’aggressione degli Usa e di Israele all’Iran, che prepara un pesante aggravamento della situazione economica e una nuova erosione del potere d’acquisto di salari e pensioni.
I timidi interventi sulle accise hanno già dimostrato la loro scarsissima efficacia. Né il governo sembra intenzionato ad un intervento energico contro gli extra-profitti, che ricordiamolo, costituiscono una forma di speculazione illecita che andrebbe innanzitutto sanzionata penalmente, per poi essere debitamente requisita ed utilizzata per combattere il carovita.
Ma l’aumento dei prezzi del carburante ha la maledetta caratteristica di trasferirsi rapidamente al resto dell’economia, producendo un rialzo generalizzato dei prezzi, a cominciare da quelli dei beni di prima necessità. E questo è un fenomeno che abbiamo già vissuto nel passato recente e di cui conosciamo bene gli effetti. Senza un intervento calmieratore sui prezzi dei beni essenziali e in assenza di un meccanismo di protezione dei salari e delle pensioni, questi aumenti non possono che portare ad un’ulteriore perdita del potere d’acquisto per milioni di lavoratori e famiglie.
Meloni questo lo ha capito benissimo ma sta provando a confidare nella sua capacità di comunicazione, per dare a intendere ancora una volta, in occasione della Festa del Primo Maggio, che il suo governo vuole intervenire per difendere i redditi di chi lavora.
Per due anni ha giocato la carta del taglio del cuneo fiscale per provare a raccontare che il governo metteva in campo azioni utili a contrastare l’impoverimento. Ma poi, passata la sbornia mediatica dei grandi annunci, ci hanno pensato i dati reali a smentire le chiacchiere del governo e a confermare la caduta dei salari. A questo si è aggiunto l’effetto degli insufficienti rinnovi contrattuali che ci sono stati in questi ultimi anni in diverse categorie, con aumenti ben al di sotto del tasso d’inflazione reale, che non hanno minimamente invertito la tendenza più che trentennale verso il basso.
Cosa tirerà fuori dal cilindro la Meloni per il prossimo 1° Maggio? È una domanda che rimbalza ogni giorno sui quotidiani e che ha trovato conferma soprattutto nel suo discorso alla Camera del 9 aprile. Lavoro povero, bollette energetiche e casa sono i titoli dei possibili interventi, del nuovo ed ennesimo bluff che la Meloni si prepara a giocare, confidando soprattutto su una opposizione che proprio sulle questioni sociali è particolarmente silente e poco propensa ad avanzare proposte efficaci per paura che un giorno, dovessero mai vincere loro le elezioni, si trovassero un popolo a reclamarne la attuazione.
Di salario minimo non se ne parla, sembra piuttosto che si voglia introdurre il meccanismo del contratto maggiormente utilizzato per fissare la soglia minima di salario a cui attestarsi. Una proposta che sembra cucita sugli interessi di alcuni sindacati particolarmente genuflessi al governo, come l’UGL, e che non avrebbe alcun effetto migliorativo sui salari delle categorie coinvolte. In buona sostanza, un decreto inutile sulla falsariga dei tanti sfornati sulla sicurezza sul lavoro che non hanno minimamente scalfito la gravità delle stragi sul lavoro.
Sulla casa siamo di fronte probabilmente all’ennesimo annuncio fine a sé stesso. Non c’è all’orizzonte né uno stop agli sfratti, né un intervento per calmierare il mercato degli affitti, né un rilancio serio dell’edilizia popolare.
E sulle bollette ci sarà, forse, un nuovo intervento molto circoscritto per fasce di reddito che lascerà la grande maggioranza del Paese esposta al sovraccarico di spesa per luce e gas.
Questa situazione però sta diventando ormai insopportabile e il fatto stesso che il governo senta il bisogno di un nuovo messaggio per dire che interviene contro l’impoverimento, ma poi i soldi veri ha già deciso di metterli sulle armi, ci dice che il tempo delle chiacchiere è finito.
Il prossimo 29 aprile l’USB porterà le sue proposte sotto al Parlamento (ore 15 piazza Capranica):
- introduzione urgente di un meccanismo di adeguamento automatico dei salari e delle pensioni ai prezzi e disdetta di tutti gli accordi interconfederali che vincolano i rinnovi contrattuali all’inflazione programmata, calcolata con la truffa dell’indice IPCA depurato dei prodotti energetici importati dall’estero
- salario minimo orario a 12 euro l’ora e salario minimo mensile a 2000 euro
- stop agli sfratti, calmieramento del mercato degli affitti, parametrazione tra affitti e salari
- moratoria sui distacchi delle utenze energetiche e innalzamento della soglia ISEE a 35mila euro per l’accesso ai bonus sociali energetici
- azzeramento dell’IVA sui beni di prima necessità e calmieramento dei prezzi sui beni di prima necessità
Siamo stanchi di messaggi finti: il 1° Maggio non tornate a prenderci per il culo!