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Il decreto Primo Maggio e l’imbroglio del TEC

Nazionale -

Nel decreto Primo Maggio non c’è niente di serio per i nostri salari, ma questo lo si era già capito da tempo. La sberla del 3,1% sui conti pubblici e la rigidità della Ue nel tenere fermi i paletti del Patto di Stabilità non danno al governo Meloni molto spazio di agibilità, soprattutto alla luce dei vergognosi impegni assunti da Palazzo Chigi in materia di spesa militare.

Ma una novità di un certo rilievo nel decreto Primo Maggio c’è e non è positiva. All’articolo 7 il decreto stabilisce il criterio di “salario giusto” al quale dovrebbero attenersi i datori di lavoro che intendano accedere alle decontribuzioni previste dal decreto stesso. E qui si nasconde l’imbroglio: il contratto adottato deve prevedere un trattamento economico complessivo, il cosiddetto TEC, non inferiore al trattamento economico complessivo previsto dal CCNL stipulato dalle organizzazioni più rappresentative. Ma il TEC è una misura estremamente diversificata da contratto a contratto, poiché comprende i minimi tabellari (il cosiddetto trattamento economico minimo, TEM) più tutte le figure accessorie della retribuzione, dalla 13esima alla 14esima, alle più diverse indennità, al welfare aziendale, ai premi di produttività, ecc. Confrontare i TEC di due diversi contratti è un’operazione molto complessa che apre la strada a infiniti contenziosi.

Ma il governo non ha scelto il TEC per sbaglio. Ha voluto introdurre una norma sufficientemente ambigua da lasciare ai padroni la possibilità di adottare contratti al ribasso, i cosiddetti contratti “pirata”, dove le parti accessorie del salario configurino una retribuzione potenzialmente in linea con i CCNL firmati dalle organizzazioni più rappresentative.

In questi anni, i Tribunali che hanno contestato i salari sotto la soglia costituzionale, hanno sempre fatto riferimento ai minimi tabellari, il TEM, perché quella è soglia facilmente individuabile e confrontabile tra contratti. Con questo decreto, il governo fa un’operazione subdola, che invece di combattere i salari poveri ha l’obiettivo di riconoscerli e legittimarli. Un vero e proprio imbroglio.

Nel resto del decreto c’è poi anche una sorta di finto incentivo al rinnovo dei contratti. Con l’articolo 11, infatti, si introduce un aumento automatico del 30% dell’IPCA per tutti quei contratti che risultano scaduti da almeno 12 mesi: una sorta di adeguamento, molto al ribasso, all’inflazione, peraltro calcolata con l’indice truccato, quello cioè che non tiene conto degli aumenti dei prodotti energetici importati. Un adeguamento irrisorio che lascia liberi i padroni di continuare a non rinnovare i contratti per anni e anni.

I primi articoli del decreto sono invece dedicati ai bonus, rispettivamente giovani, donne e residenti nella ZES (cioè le regioni meridionali) e sono la riproposizione dell’ormai trentennale sistema di incentivi (in questo caso attraverso la sospensione fino a due anni dei contributi) per le nuove assunzioni. Un meccanismo che, attraverso l’imbroglio del TEC, faciliterà la possibilità di assumere a salari da fame, con la prospettiva che i contributi saranno a carico della fiscalità generale.

In conclusione, quindi, un decreto che conferma che il lavoro in Italia deve continuare a rimanere povero o poverissimo. Con la beffa che tutto questo viene varato nel giorno della Festa dei lavoratori!