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Il popolo dell’autunno non si lascerà addomesticare

Nazionale -

Abbiamo festeggiato la vittoria del No al referendum come un risultato del popolo dell’autunno. Quello scarto di due milioni di voti sul Si e quella partecipazione superiore a tutte le tornate elettorali degli ultimi anni vanno interpretati come il frutto della scelta consapevole di una fetta di popolazione che, pur non riconoscendosi nelle forze politiche rappresentate in Parlamento, ha sentito però l’esigenza di contrastare l’ennesima manomissione della Costituzione e di porre un argine alle politiche del governo Meloni. Quel mondo ampio e plurale, che in autunno aveva deciso di “bloccare tutto” per contrastare la complicità del governo al genocidio del popolo palestinese, è tornato a farsi sentire, rifilando un secondo sonoro ceffone alla maggioranza di centro-destra, dopo quello degli scioperi autunnali.

Quel popolo mette paura alle destre e fa gola al campo largo. Le destre hanno reagito con i decreti sicurezza e l’azione repressiva, per evitare che possa tornare a prodursi un’ondata di mobilitazioni come quella vissuta nella scorsa stagione. Il campo largo invece sta tentando di cooptarlo nella competizione elettorale verso il 2027, dando ad intendere di volerne rappresentare le ragioni di fondo nonché il malessere sociale che ne costituisce il fondamento originario.

L’azione repressiva delle destre è pesante ed insidiosa ma la sconfitta subita al referendum ci dice che non è irresistibile. Essa si sposa con la militarizzazione della società, la costruzione di una economia di guerra e la sudditanza del governo Meloni alle scelte di Trump e Netanyahu ma sta incontrando una difficoltà crescente, finendo per produrre contraddizioni all’interno dello stesso schieramento della maggioranza. L’aumento del costo della vita, che è l’effetto inevitabile della nuova avventura militare in Iran, è destinato a rendere sempre più complicata la conclusione della legislatura a guida Meloni. In definitiva, sta andando in crisi quella capacità di governo e di controllo della società che il governo Meloni aveva assicurato finora, una vera e propria crisi di progetto che sta facendo scricchiolare il terreno sotto i piedi delle destre.

All’orizzonte torna quindi a riaffacciarsi, di nuovo speranzoso, il fronte delle opposizioni, che fino a poco tempo fa sembrava avere pochissime chance di sostituirsi alla maggioranza di centrodestra. Per vincere, però, il campo largo deve convincere il popolo dell’autunno a riconoscersi nella sua proposta politica, deve cioè provare a traghettare una parte rilevante del No a sostenere la coalizione di centrosinistra. Il che significa riuscire a smorzare quella voglia di cambiamento radicale che hanno espresso le piazze dell’autunno, per trasformarla in una proposta di ricambio di governo con la quale, nella migliore delle ipotesi, tutto resterà immutato.

In questa operazione è molto importante il ruolo di quelli che si muovono ai bordi del campo largo, che assumono le sembianze dei movimenti e si camuffano da popolo dell’autunno. È a loro che viene affidato il compito di promuovere le mobilitazioni e di occupare “la piazza”, con un calendario di iniziative nelle quali non compaiono mai le parole d’ordine chiare del “blocchiamo tutto” ma solo dei surrogati, che servono a catturare il consenso, svuotando di forza e di senso l’azione collettiva. Del resto è questo l’unico modo che consente di far stare assieme in un unico calderone forze autenticamente pacifiste e forze che sostengono apertamente il riarmo, purché sotto l’egida dell’Unione europea.

In definitiva, tanto le destre quanto il campo largo hanno il problema di tenere a bada questo animale strano e inaspettato che si è presentato nelle piazze di tutto il Paese e che ha risposto all’appello lanciato dagli operai del porto di Genova, alla proposta di sciopero generale dell’USB e all’azione coraggiosa della Sumud Flotilla. Il sistema non può reggere l’urto di un movimento che chiede pace e disarmo e che potrebbe riuscire a rimettere la questione sociale al centro dell’agenda politica, a cominciare dall’emergenza salariale. La destra che è al governo non può permettersi il dilagare del conflitto sociale che farebbe saltare tutti gli equilibri, a cominciare da quelli assai precari con la Ue, e quelli del centro sinistra hanno il problema di utilizzare il malcontento espresso dal movimento ma senza produrre eccessive aspettative, che poi gli chiederebbero il conto quando al governo salissero loro.

Entrambe le posizioni hanno comunque il fiato corto perché non tengono conto della crisi, ormai irreversibile, della capacità di egemonia del sistema. C’è una evidente perdita di credibilità di tutta la classe politica che rende sempre meno accattivanti le sue diverse narrazioni, anche quando usufruiscono del martellamento dei media mainstream. E le bugie che vengono propinate di continuo sono destinate ad incontrare una sistematica e puntuale smentita dentro l’evoluzione della situazione oggettiva. È stato proprio questo uno dei fattori che ha portato all’esplosione dei movimenti dell’autunno, il disgusto per la ripetuta menzogna portata avanti dai governanti ma anche dalla finta opposizione.

Questo fattore abbiamo la sensazione che sia ormai irreversibile e che perciò sia abbastanza difficile che qualcuno riesca ad addomesticare il popolo dell’autunno.

L’alternativa che abbiamo, in questa situazione, è quella di non affidarci ai “soliti noti”, ai pezzi di un sistema, tanto sindacale quanto politico, ormai definitivamente a corto di credibilità, a quelli che continuano a firmare i contratti a perdere o parlano di pace e poi sostengono i piani di conversione industriale al settore militare. L’alternativa sta nel difendere la radicalità delle posizioni e lavorare all’organizzazione diffusa e capillare del campo indipendente, che ha dimostrato di poter influenzare concretamente la situazione e che, se dovesse affermarsi, è l’unico che può favorire un cambiamento reale delle nostre condizioni.