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La politica di impresa delle piattaforme digitali è fuori legge perché si basa sullo sfruttamento della manodopera: per discutere di rider si riparta da qui

Nazionale -

Il lavoro organizzato tramite piattaforme è tornato al centro della discussione pubblica grazie all’inchiesta giudiziaria della Procura di Milano che ha ipotizzato in capo alle società Glovo e Deliveroo il reato previsto dall’articolo 603 bis del codice penale. Di che reato si tratta?

Dell’assunzione o impiego di manodopera, anche mediante attività di intermediazione, sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno. Sulla base dell’accertamento di questo reato, i giudici di Milano hanno deciso di sottoporre queste società al controllo giudiziario per impedire che le violazioni si ripetano ed arrivare in breve tempo alla regolarizzazione di tutti i lavoratori. Nel caso del marchio Glovo (società di food delivery Foodinho srl) il Giudice per le Indagini Preliminari ha già convalidato il controllo giudiziario, nel caso di Deliveroo siamo ancora in attesa, ma è facile prevedere una analoga decisione.

Ecco, se non partiamo da questo dato di fatto e dalla accuratissima inchiesta condotta dai giudici di Milano che racconta con minuzia di particolari come è organizzato il lavoro dei ciclo-fattorini, come viene continuamente monitorato e valutato tramite la piattaforma e come infine viene inquadrato e retribuito, non ci rendiamo conto della rilevanza di quello che sta accadendo da più di dieci anni attorno a questi lavoratori, che i giudici stimano attorno ai 70mila tra i due marchi messi sotto inchiesta.

L’accusa è quella di aver organizzato una vera e propria “politica di impresa” finalizzata all’impiego di manodopera in condizioni di sfruttamento, con l’aggravante di essersi approfittati dello stato di bisogno dei lavoratori, costretti a paghe fino al 90% inferiori alla soglia di povertà e con orari medi di lavoro pari a 54/60 ore settimanali. Sotto accusa non c’è quindi il comportamento criminale di singoli individui ma un modo di fare impresa e di organizzare il lavoro, una filosofia imprenditoriale che, dietro l’innovazione tecnologica, reintroduce il cottimo, un allungamento smisurato dell’orario di lavoro e la totale deresponsabilizzazione dell’impresa.

Il grimaldello per poter realizzare un’attività così estesa in tutto il territorio nazionale, sfuggendo a ripetute denunce e inchieste giudiziarie, è stato quello di sostenere che il lavoro dei ciclo-fattorini non è configurabile come subordinato, ma va considerato lavoro autonomo e trattato come tale. Eppure le evidenze oggettive di una conclamata subordinazione di tale attività non mancano: i lavoratori sono inseriti dentro l’organizzazione del datore di lavoro, che attraverso la piattaforma diventa asfissiante, arrivando a calcolare i tempi di consegna in base al chilometraggio, a valutare la velocità del rider e il percorso effettuato. Una sorta di taylorismo applicato alla consegna a domicilio.

Le imprese però hanno goduto in questi anni di una forte complicità del mondo della politica e del sindacato. Che sia chiaro, i rider sono lavoratori subordinati per le leggi vigenti, lo hanno detto i Tribunali e lo dice il buon senso. Però, tutti gli interventi legislativi che dovevano risolvere il problema di uno sfruttamento evidente e completamente fuori legge, hanno risentito della subalternità culturale all’ideologia dell’impresa. Invece di chiarire in modo inequivocabile che, anche se intermediato da un dispositivo tecnologico, il lavoro del rider è lavoro subordinato e va quindi contrattualizzato come tale, prima l’articolo 2 del d.lgs. 81 del 2015 e poi le modifiche apportate nel 2019, hanno lasciato spazio ad interpretazioni ambigue e consentito la prosecuzione dello sfruttamento. Compresa l’operazione vergognosa condotta con la stipula del contratto UGL che chiarisce, se ce ne fosse ancora bisogno, il vero obiettivo delle imprese: smantellare le tutele del lavoro subordinato e ridurre i dipendenti a lavoratori sostanzialmente “autonomi”, anche se formalmente coperti da un contratto e quindi apparentemente inquadrati come subordinati. Un vero e proprio imbroglio che ha goduto della connivenza di un sistema che ha intravisto nelle piattaforme la possibilità di introdurre un nuovo modo di organizzare il lavoro in Italia, tutto il lavoro, non solo quello dei ciclo-fattorini.

L’idea è quella di disporre di un ampio bacino di lavoratori, tutti potenzialmente reclutabili in base alle esigenze del momento, attraverso un sistema digitale che non preveda alcuna responsabilità per l’impresa e il pagamento solo a prestazione, senza bisogno di contratti e di obblighi per le aziende e, soprattutto, con la possibilità di scaricare sui lavoratori il famoso rischio di impresa: se il mercato tira ti chiamo, altrimenti rimani a casa.

Questa filosofia aziendale è già molto diffusa in Italia e la vicenda dei ciclo-fattorini è solo la punta di iceberg di un contesto molto più ampio, che abbraccia tanti settori. Se non si metterà un freno a questa illegalità dilagante, questo sistema è destinato ad allargarsi e a contaminare tanta parte del mondo del lavoro.

La proposta che il presidente del CNEL Brunetta e il consigliere Tiraboschi hanno avanzato dalle colonne del Sole24Ore di istituire un tavolo di confronto tra le parti per affrontare questi temi ci auguriamo che non rimanga inascoltata: è urgente ristabilire una condizione di legalità e, quindi, di rispetto delle norme fondamentali del nostro ordinamento, a cominciare dall’art.36 della Costituzione.

Impedire che, attraverso una finta propensione innovativa, si scardinino principi costitutivi del nostro sistema e si dia corso a forme antiche di sfruttamento del lavoro, deve essere la vera priorità del confronto. Altrimenti, correremo il rischio di costruire nuovi alibi legislativi a chi in tutti questi anni ha lavorato per inserirsi nelle ambiguità e negli interstizi di una legislazione poco chiara, per perpetuare comportamenti e pratiche criminali.

 

Guido Lutrario - Esecutivo nazionale confederale USB

Paola Palmieri  - Consigliere CNEL per USB