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Lear Grugliasco, l’ennesimo schiaffo all’industria: 35 mesi di crollo e nessuna strategia nazionale

Torino -

Le notizie emerse in questi giorni sulla Lear di Grugliasco confermano la gravità della fase che sta attraversando l’industria italiana. Dopo anni di cassa integrazione e rassicurazioni sulla reindustrializzazione del sito torinese, oggi il piano salta e centinaia di lavoratori restano appesi a decisioni che non controllano. È l’ennesimo tassello di un processo di desertificazione produttiva che colpisce l’automotive e l’intera filiera metalmeccanica.

Non siamo di fronte a un caso isolato. I dati più recenti parlano di oltre 115 mila metalmeccanici coinvolti in situazioni di crisi, con quasi 12 mila lavoratori in più rispetto all’anno precedente

Un quadro che si inserisce in un crollo della produzione industriale che dura da 35 mesi consecutivi. Numeri che certificano una tendenza strutturale, non una difficoltà temporanea.

La vicenda Lear dimostra l’assenza di una politica industriale nazionale. Senza un piano di filiera sull’automotive, senza vincoli stringenti sugli incentivi pubblici e senza un intervento diretto dello Stato nelle crisi strategiche, ogni sito resta esposto alle scelte unilaterali delle multinazionali. I lavoratori diventano una variabile di aggiustamento.

Non bastano tavoli ministeriali convocati a emergenza conclamata. Occorre una strategia preventiva, capace di governare le transizioni produttive, orientare gli investimenti e difendere l’occupazione. In caso contrario continueremo a rincorrere le crisi, mentre il sistema industriale arretra e i territori perdono competenze, reddito e capacità produttiva.

A questa situazione diciamo con chiarezza che non sono più accettabili piani dell’ultimo minuto né l’ennesima ricerca di investitori di facciata buoni solo a tamponare l’emergenza. Le reindustrializzazioni non possono trasformarsi in operazioni speculative o in passaggi societari opachi che rinviano il problema di qualche mese.

Servono procedure pubbliche e trasparenti per individuare soggetti industriali solidi, con esperienza e capacità finanziaria dimostrabile. Occorrono contratti di filiera che vincolino committenti e fornitori a garantire volumi produttivi, investimenti e continuità occupazionale, evitando che l’intero rischio venga scaricato sui siti più deboli.

È indispensabile affrontare strutturalmente il tema dell’energia, attraverso coperture reali e strumenti pluriennali che mettano al riparo le produzioni strategiche dalle oscillazioni speculative dei prezzi. Allo stesso tempo, i percorsi formativi non possono essere un capitolo residuale: ogni fase di cassa integrazione deve diventare un momento di riqualificazione effettiva, collegata all’introduzione di nuove tecnologie e a un vero rilancio produttivo, non un’anticamera dell’espulsione dal lavoro.

USB ribadisce che la crisi industriale va affrontata come una priorità politica nazionale. Serve un ruolo pubblico nell’economia, serve condizionalità sociale su ogni euro di risorsa pubblica destinata alle imprese, serve una regia che tenga insieme occupazione, transizione ambientale e innovazione tecnologica.

La vicenda Lear non è solo una vertenza locale. È il simbolo di un modello che non regge più. E senza un cambio di paradigma, il conto continuerà a pagarlo il lavoro.