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REFERENDUM COSTITUZIONALE: USB, UN NO PER DIFENDERE I LAVORATORI

Roma -

COMUNICATO STAMPA

Si è svolta questa mattina a Roma, presso l’auditorium dell’ISFOL, l’assemblea-convegno “Le ragioni dell’opposizione alla  riforma costituzionale”, organizzata dal  comitato per il NO dell’ISFOL/CREA in collaborazione con l’ANPI provinciale di Roma.

 

Ha aperto l’iniziativa Tina Costa, staffetta partigiana, da cui è giunto un forte monito su una riforma che stravolge “la Costituzione scritta col sangue dei nostri morti”, che invece deve essere difesa con il NO e pienamente attuata. “Renzi dice che se vincerà il NO torneremo indietro di 30 anni e noi siamo d’accordo – ha affermato Costa – vogliamo tornare a quando c’era l’articolo 18 e molti altri diritti dei lavoratori, rivogliamo indietro tutto quello che ci hanno tolto, vogliamo che non ci sia più labuona scuola”.

 

Giorgio Cremaschi, del Forum Diritti/Lavoro, evidenziando che “le costituzioni storicamente nascono con lo scopo di ridurre il potere dei sovrani, mentre questa riforma va in senso esattamente contrario”, ha ricordato il documento della banca d’affari statunitense JP Morgan, in cui si chiede di  modificare le costituzioni del sud Europa perché contengono “tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite”. Questo, secondo Cremaschi, uno dei princìpi sottesi alla riforma renziana, improntata su un modello autoritario di impresa, dove chi comanda è l’amministratore delegato mentre i cittadini sono trasformati in dipendenti. “Sono 80 miliardi gli interessi annui sul debito pubblico che dobbiamo alle banche – ha evidenziato Cremaschi – in questa democrazia sotto usura non vogliono che ci ribelliamo usando le regole attuali”.

 

La costituzionalista Laura Ronchetti, rammentando il principio “che è il popolo a dettare la costituzione al potere, non viceversa”, ha analizzato nei dettagli i più pericolosi aspetti della riforma, osservando che tali modifiche non potranno non avere una ripercussione sui principi espressi nella prima parte della Costituzione. Ronchetti, soffermandosi anche sull’ulteriore vulnus democratico in relazione con l’Italicum, ha evidenziato la particolare gravità della “clausola di supremazia”, con cui il governo potrebbe togliere del tutto le poche competenze rimaste alle Regioni sui temi ritenuti di “interesse nazionale”. Anche il linguaggio è questione di democrazia – ha incalzato Ronchetti – ciascuno di noi deve poter capire cosa dice la costituzione, cosa che non avviene in molte parti di questa riforma”.

 

L’avvocato Carlo Guglielmi, del Forum Diritti/Lavoro, si è soffermato sull’attacco ai lavoratori che dal jobs act si estende alla riforma costituzionale. Già nel suo primo articolo la nostra Costituzione rende centrale il lavoro, “inteso come agire partecipativo e consapevole, come poi spiega bene l’art. 3 della Carta stessa”, ha rilevato Guglielmi. Invece la riforma Renzi, estendendo i principi già espressi nel jobs act, “demansiona il Parlamento così come vuole privare i lavoratori del ruolo attivo”, dopo aver già tolto loro diritti e tutele, in sintonia con le richieste della JP Morgan.

 

Ha concluso Viviana Ruggeri, del Coordinamento nazionale USB P.I. Ricerca, ponendo l’accento sul destino dell’ISFOL e dei suoi lavoratori: “Ad oggi, le politiche attive del lavoro e i servizi del lavoro sono fra quelle materie concorrenti tra Stato e Regioni e lo resteranno in caso di vittoria del NO. Tuttavia un decreto del Jobs act (il 150/2015), alacremente salutato dai sindacati confederali, si è mosso in anticipo, nella logica dell’accentramento del potere dalle Regioni allo Stato e, prima ancora del 4 dicembre, ha sancito che politiche attive e politiche passive fossero gestite da una nuova agenzia, l’ANPAL, la cui pianta organica di 207 unità si formerà attraverso la mobilità coattiva di personale del ministero del lavoro e di ISFOL, che decorrerà dal 30 novembre”.

 

“Come USB continueremo a usare tutti gli strumenti sindacali che ancora non ci hanno sottratto per opporci a questa ingiustizia – ha concluso Ruggeri – un valido motivo in più per rafforzare il nostro NO”.

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