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RICERCA: DOMANI PRESIDIO IN DIFESA DEL FUTURO DI INEA E INRAN. A RISCHIO STIPENDI E 500 PRECARI

Roma, Ministero dell’Agricoltura - via XX settembre ore 9.00-12.00

Roma -

Dopo la partecipazione alla odierna giornata di mobilitazione indetta da USB Pubblico Impiego, la Ricerca torna nuovo in piazza domani, 16 novembre, con un presidio davanti al Ministero dell’Agricoltura, in via XX Settembre a Roma, dalle ore 9.00 alle 12.00, per evitare il fallimento di due importanti enti di ricerca impegnati nell’agricoltura, l’INEA, che si occupa di economia agraria, e l’INRAN, di alimenti e nutrizione.

I due enti hanno pagato con difficoltà gli stipendi di ottobre e rischiano di non essere più in grado di pagarli a breve,  mentre circa 500 precari rischiano il licenziamento.

 

“INEA e INRAN sono lo spaccato dell’abbandono della ricerca e dei beni comuni in Italia”, dichiara Claudio Argentini, della Segreteria Nazionale USI RdB Ricerca. “I due enti hanno gravi problemi di cassa a causa di fondi strutturali totalmente insufficienti, che li costringono a cercare commesse da amministrazioni pubbliche e imprese private. Tutto ciò ha enormi costi in termini di indipendenza e autonomia dei ricercatori, a dimostrazione che la ricerca pubblica italiana da Bene Comune rischia di diventare un bene al servizio delle imprese” .

 

Sottolinea Argentini: “Più in generale ad essere in gioco è il futuro degli enti di ricerca che in Italia si occupano di agricoltura e alimentazione. Infatti oltre a INRAN e INEA anche il CRA, vigilato anch’esso dal Ministero dell’Agricoltura, è lasciato nel più completo stato di abbandono, con più di 300 precari, mal organizzato e con un età media del personale molto alta a causa della mancanza di un piano assunzionale concreto finalizzato al rilancio”.

 

 “Ma se la Ricerca Pubblica va verso il fallimento - si domanda il dirigente sindacale - come si pensa che Paese possa uscire dalla crisi? Domani andremo sotto all’Agricoltura, anche in assenza di un Ministro, perché i lavoratori non possono aspettare e perché, qualunque sia il prossimo Esecutivo, non potrà eludere questa fondamentale domanda”, conclude Argentini.  

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