Sciopero Generale 18 maggio: nemmeno un chiodo per guerre e genocidio
USB raccoglie l’appello lanciato dalla Global Sumud Flotilla e proclama lo sciopero generale per il 18 maggio.
La guerra, il genocidio in Palestina, la corsa al riarmo, l’attacco al diritto internazionale e il restringimento degli spazi democratici impongono un salto di qualità nella mobilitazione.
L’assalto alla Global Sumud Flotilla, il sequestro degli attivisti in acque internazionali, la detenzione illegale di Thiago Ávila e Saif Abu Keshek, oggi in sciopero della fame, segnano un punto ulteriore di rottura.
Israele agisce nella totale impunità, calpestando il diritto internazionale, sostenuto dalla complicità politica, economica e militare dei governi occidentali.
Israele rappresenta oggi un pericolo per l’intera umanità. Lo rappresenta sul piano militare, perché porta la guerra oltre ogni confine, aggredisce altri Paesi, trascina l’area mediorientale e il mondo intero dentro una spirale sempre più estesa di conflitto. Lo rappresenta sul piano politico, perché mostra che uno Stato può bombardare, occupare, deportare, affamare un popolo, sequestrare attivisti internazionali e violare ogni norma del diritto internazionale continuando a godere della copertura delle potenze occidentali. Lo rappresenta anche sul piano economico, perché attorno alla guerra permanente si costruisce un modello che sposta enormi risorse pubbliche verso armi, apparati militari, industria bellica e controllo sociale, sottraendole a salari, sanità, scuola, welfare, casa, pensioni e diritti.
Gli Stati Uniti insieme a Israele stanno portando il mondo dentro una guerra permanente e destabilizzano l’intero Medio Oriente, anche attraverso l’aggressione all’Iran. Il genocidio del popolo palestinese, l’assedio di Gaza, la distruzione di interi territori e l’aggressione contro altri Paesi sono resi possibili anche dalla complicità degli Stati Uniti, che lo sostengono, lo finanziano, lo armano e lo coprono politicamente e militarmente.
Il Governo Meloni, l’Unione Europea e la NATO sono altrettanto responsabili, perché sostengono, coprono e legittimano questa deriva, scelgono la sudditanza agli Stati Uniti e a Israele e trasformano la guerra in politica industriale, in spesa pubblica militare, in riarmo e in sacrifici sociali scaricati sui lavoratori e sulle lavoratrici.
Sono responsabili anche delle conseguenze economiche e sociali che questa guerra produce sulla vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Ogni bomba, ogni missione militare, ogni accordo bellico, ogni aumento delle spese militari si traduce in meno salari, meno sanità, meno scuola, meno welfare, meno pensioni, meno casa, meno sicurezza sociale.
La guerra produce morti e distruzione nei territori colpiti e impoverimento, sfruttamento e repressione anche nei Paesi che la finanziano, la sostengono e la rendono possibile.
Il Governo Meloni ha scelto fino in fondo la strada della sudditanza agli Stati Uniti, alla NATO e a Israele. Ha scelto la complicità politica, militare, diplomatica ed economica con chi massacra il popolo palestinese, bombarda altri Paesi, sequestra attivisti internazionali, viola il diritto internazionale e trascina il mondo verso un conflitto sempre più esteso. Questa complicità rende il Governo italiano corresponsabile delle morti, della distruzione e delle conseguenze economiche che ricadono sul mondo del lavoro.
L’Unione Europea, invece di fermare questa deriva, la accompagna e la rilancia. Parla di sicurezza mentre costruisce economia di guerra, invoca il diritto internazionale mentre copre Israele, chiede sacrifici sociali mentre aumenta le spese militari. Il risultato è un continente più armato, più povero, più autoritario, più subordinato agli interessi strategici degli Stati Uniti e dell’industria bellica.
La guerra entra nelle nostre vite. Entra nei salari che perdono valore, nella sanità pubblica svuotata, nella scuola impoverita, nel welfare tagliato, negli affitti che aumentano, nei prezzi che corrono, nella benzina che pesa sempre di più sulle famiglie. Ogni euro destinato al riarmo è un euro sottratto a chi lavora, a chi studia, a chi si cura, a chi vive del proprio salario.
Questo impoverimento non è solo l’effetto temporaneo di una fase internazionale più instabile. È il segno di un nuovo modello sociale fondato sull’estremizzazione delle disuguaglianze, sulla compressione dei salari, sulla privatizzazione dei servizi essenziali, sulla distruzione del welfare pubblico, sulla precarizzazione del lavoro, sulla subordinazione della scuola, dell’università e della ricerca agli interessi delle imprese e degli apparati militari.
Siamo dentro una nuova fase dell’ultraliberismo: più feroce, più autoritaria, più armata. Dopo anni di tagli, privatizzazioni e precarietà, oggi il salto di qualità passa attraverso l’economia di guerra. Le risorse pubbliche vengono spostate dai bisogni sociali alle spese militari. La ricchezza prodotta dal lavoro viene concentrata nelle mani di grandi gruppi industriali, finanziari, energetici, tecnologici e bellici. Alla maggioranza della popolazione vengono chiesti sacrifici, salari bassi, pensioni più povere, servizi peggiori, vite più precarie.
Guerra, riarmo, repressione e impoverimento sociale fanno parte dello stesso disegno. Vogliono costruire una società più diseguale, più disciplinata, più controllata, dove chi lavora produce ricchezza ma conta sempre meno, dove i profitti vengono garantiti e i diritti vengono ridotti, dove la povertà viene gestita con la repressione e il dissenso viene trattato come un problema di ordine pubblico.
A questa scelta si accompagna un attacco sempre più duro alle libertà sindacali e democratiche. Il decreto sicurezza colpisce il conflitto sociale, criminalizza le lotte, prova a intimidire chi sciopera, chi blocca, chi occupa, chi si oppone.
Vogliono un Paese più povero, più armato e più obbediente.
Fermiamo il Paese contro il genocidio che continua in Palestina e che oggi si estende agli altri Paesi aggrediti da Israele con il sostegno degli USA, contro il riarmo, contro la repressione, contro la complicità del Governo italiano e dell’Europa.
Fermiamo il Paese per dire che nessun lavoratore, nessuna lavoratrice, nessuno studente, nessun territorio può essere trascinato dentro questa economia di morte.
Con lo sciopero generale chiediamo al Governo italiano la rottura immediata di ogni rapporto diplomatico, economico, commerciale e militare con lo Stato terrorista di Israele. Chiediamo l’embargo definitivo delle armi verso Israele e verso tutti gli scenari di guerra, il blocco di ogni fornitura militare, di ogni cooperazione industriale e tecnologica funzionale alla guerra, di ogni accordo che alimenti occupazione, genocidio, aggressioni militari e distruzione dei popoli. Basta accordi, basta cooperazione, basta forniture, basta relazioni istituzionali con chi porta avanti il genocidio del popolo palestinese, bombarda altri Paesi, sequestra attivisti internazionali, viola il diritto internazionale e agisce con la copertura politica delle potenze occidentali.
L’Italia deve interrompere ogni forma di complicità. Deve cessare ogni collaborazione militare, industriale, tecnologica, commerciale e accademica con Israele. Deve ritirare l’ambasciatore, espellere i rappresentanti diplomatici dello Stato genocida, bloccare ogni accordo economico, imporre l’embargo definitivo sulle armi e sostenere la liberazione immediata di Thiago Ávila, Saif Abu Keshek e di tutti gli attivisti fermati, insieme alla fine dell’assedio di Gaza e dell’occupazione della Palestina.
Per questo lo sciopero generale del 18 maggio pone una questione politica e sindacale precisa: rompere la complicità dell’Italia con la guerra, fermare il riarmo, bloccare ogni filiera economica, industriale, logistica, tecnologica, accademica e commerciale che alimenta genocidio, occupazione e conflitti.
Le lavoratrici e i lavoratori devono poter esercitare il diritto di rifiutare la produzione, il trasporto, la movimentazione e la gestione di materiali, tecnologie, servizi e infrastrutture destinati alla guerra. Nessuno deve essere costretto a mettere il proprio lavoro al servizio del genocidio e dell’economia di guerra.
Lo sciopero generale del 18 maggio vive dentro un percorso più ampio di mobilitazione contro guerra, genocidio, riarmo, repressione e impoverimento sociale. Le iniziative e le manifestazioni per la Nakba del 15 e del 16 maggio, a Roma e Milano e la Manifestazione Nazionale del 23 maggio a Roma sono passaggi di una stessa risposta politica e sociale: costruire un fronte largo del mondo del lavoro, degli studenti, dei territori, delle realtà solidali con la Palestina e di chi rifiuta la trasformazione della società in economia di guerra.
Per la guerra dalle aziende non deve uscire nemmeno un chiodo.
E quel chiodo riguarda tutti. Riguarda la fabbrica che produce, il porto che carica, la logistica che trasporta, la ricerca che sviluppa, la scuola che forma, l’università che brevetta, la sanità che viene svuotata, gli uffici, i servizi, i territori.
Quel chiodo è ogni pezzo di lavoro, sapere, produzione, trasporto, cura, organizzazione sociale e ricchezza collettiva che oggi vogliono piegare all’economia di guerra.
Vogliamo che le risorse vengano tolte alla guerra e rimesse dove servono: salari, servizi pubblici, pensioni, sicurezza nei luoghi di lavoro, diritto alla casa, sanità territoriale, scuola pubblica, ricerca libera dalla subordinazione militare.
Vogliamo un Paese in cui chi produce ricchezza conti davvero nelle scelte industriali, economiche e sociali. Un Paese in cui le grandi imprese che vivono di soldi pubblici, commesse pubbliche, concessioni e infrastrutture pubbliche rispondano all’interesse collettivo, all’occupazione, ai diritti, alla sicurezza e alla transizione ambientale e sociale.
Vogliamo piena libertà sindacale, diritto di sciopero, diritto al conflitto, agibilità nei luoghi di lavoro, cancellazione del decreto sicurezza e di ogni norma che criminalizza le lotte sociali.
Ogni pezzo del mondo del lavoro è chiamato a prendere posizione, a organizzarsi, a scioperare, a manifestare, a impedire che lavoro, sapere, produzione e servizi vengano piegati all’economia di guerra.
Il 18 maggio fermiamo il Paese contro guerra, genocidio, riarmo e repressione.
Per salari, welfare, sanità, scuola, diritti, democrazia.
UNIONE SINDACALE DI BASE - NAZIONALE CONFEDERALE