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Vigilanza: senza salario minimo e un vero CCNL serve conquistare i diritti porta per porta! Rilanciamo la contrattazione integrativa

Nazionale -

Rilanciamo la contrattazione integrativa!

L’Unione europea, con la direttiva UE 2022/2041, ha indicato una direzione chiara ai Paesi membri: introdurre il salario minimo legale.
Non ha fissato una cifra uguale per tutti, ma ha stabilito criteri precisi: una retribuzione dignitosa deve essere almeno pari al 60% del salario lordo mediano e al 50% del salario medio nazionale. Si tratta di un intervento non immediato, ma necessario, per contrastare la piaga dei working poor, i lavoratori poveri. Un fenomeno che in Europa coinvolge milioni di persone e che in Italia ha ormai assunto dimensioni drammatiche. Una povertà spesso sofferta anche da chi un lavoro e un contratto lo ha.

Il governo in carica, con il pieno avallo del CNEL, ha scelto invece la strada opposta. Il solito frasario ormai noto: i salari dei CCNL sarebbero già adeguati, il salario minimo farebbe chiudere le piccole imprese, causerebbe licenziamenti e scatenerebbe inflazione attraverso la presunta spirale salari-prezzi.
Argomenti utili a difendere profitti e rendite, non certo chi lavora. Tesi deboli, strumentali e smentite dai fatti.

I dati raccontano tutt’altra storia. L’Italia è tra i pochissimi Paesi europei privi di una normativa sul salario minimo ed è l’unico dell’Eurozona che, dall’inizio degli anni Novanta, ha registrato una riduzione dei salari reali.
Il salario medio resta nettamente inferiore a quello di Germania e Francia, mentre crescono precarietà, part-time involontario e contratti a termine. Altro che ripresa dell’occupazione: cresce solo quella precaria.

Il nostro modello economico è fondato su bassa qualificazione, dumping contrattuale e ricatto occupazionale. Un sistema fallimentare che produce salari bassi, contratti fragili e un arretramento evidente rispetto agli altri Paesi europei, dove il salario minimo è realtà da anni.

Le Organizzazioni Sindacali, anche quelle che hanno firmato contratti da 5€/H (CGIL CISL ccnl Fidcuciari, UIL ccnl SAFI, UGL ccnl Sicurezza sussidiaria) puntano il dito sulle contrattazioni pirata, senza mai puntarlo sulle loro “corsare”.
 

Le prime sono firmate da sigle di comodo che impongono paghe da fame e cancellazione dei diritti. Le seconde, ancora più insidiose, sono sottoscritte da sindacati formalmente “rappresentativi” che, vivendo di rendite accumulate nel passato, hanno firmato contratti poveri, privi di tutele, con salari al di sotto della soglia di povertà e più volte dichiarati incostituzionali dai tribunali.

L’allarme inflazione agitato contro il salario minimo è, nei fatti, un artificio per confondere le masse. Quella che viviamo è inflazione da profitti, non da salari.
Le retribuzioni crescono meno della produttività, i prezzi salgono, i salari no. A crescere è solo la fame di profitto e non tutti i costi di produzione. Bloccare il salario minimo significa legittimare questa rapina sociale.

Rivendichiamo il salario minimo per due ragioni fondamentali.

Primo: salari più alti aumentano la domanda interna. Chi guadagna poco spende tutto per vivere. Aumentare le retribuzioni nei settori più poveri avrebbe un forte effetto moltiplicatore su consumi, commercio e servizi locali.

Secondo: il salario minimo è un volano di produttività. Lavoratori meglio pagati lavorano meglio, producono di più e aumentano la qualità del lavoro.

Il salario minimo legale, insieme a una contrattazione vera e non al ribasso, è una scelta di giustizia e di contrasto allo sfruttamento.

Questa condizione è ben nota ai lavoratori della vigilanza privata e dei servizi di sicurezza, per anni costretti a salari incostituzionali e a condizioni di sfruttamento e caporalato. Il recente rinnovo contrattuale, arrivato solo dopo l’intervento della magistratura, ha tamponato appena il disagio di migliaia di addetti. I contratti restano inadeguati rispetto alle mansioni svolte e alla gravosità del lavoro.

Le organizzazioni sindacali, che oggi riempiono le bacheche di comunicati sul settore e sempre pronte a pubblicare proclami dopo ogni incidente e infortunio, dimenticano di aver firmato quei contratti senza garanzie.
Dimenticano le deroghe ai riposi, l’assenza di limiti civili allo straordinario, le deroghe alla fruizione dei permessi. Tutele assenti che compromettono la salute e la sicurezza.
Dimenticano di essersi opposte al salario minimo.

Di fronte all’immobilismo di chi non migliora davvero il contratto di settore, invitiamo lavoratrici e lavoratori a rilanciare la contrattazione integrativa, senza attendere rinnovi che arrivano sempre in ritardo e senza reali miglioramenti.

Limitare lo straordinario, garantire i riposi, definire i rimborsi chilometrici, assicurare i permessi nell’anno di maturazione, programmare i turni, introdurre i buoni pasto: sono diritti che il contratto nazionale non garantisce e che devono e possono essere conquistati localmente.

Il salario minimo sarebbe la migliore soluzione auspicabile per il settore. In assenza di questo, ciò che non viene ottenuto attraverso la concertazione dei sindacati complici di questa deriva, va conquistato con la mobilitazione e la lotta nei luoghi di lavoro.

Come USB abbiamo già avviato assemblee in diverse regioni per costruire insieme ai Lavoratori la piattaforma rivendicativa, dare impulso alla contrattazione integrativa aziendale e restituire dignità ai lavoratori, dopo anni di accordi al ribasso.

USB – Coordinamento Vigilanza Privata