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Dal caporalato nei campi al caporalato metropolitano: il lavoro sfruttato cambia forma, non sostanza

Nazionale -

Abbiamo partecipato giovedì 19 febbraio al Tavolo nazionale sul caporalato, portando per la prima volta la necessità di estendere il ragionamento sul caporalato ad altri settori, a partire da quello dei rider e del lavoro tramite piattaforme digitali.

Dopo aver denunciato la grave dissipazione di risorse pubbliche legate ai fondi del PNRR destinati al superamento degli insediamenti informali e delle baraccopoli, (i 200 milioni di euro stanziati per questi progetti non sono stati spesi dalla quasi totalità dei Comuni beneficiari), certificando il fallimento di un intervento che avrebbe dovuto rappresentare una risposta concreta alle condizioni di degrado e segregazione in cui vivono migliaia di lavoratori, in particolare nel Sud Italia, abbiamo parlato di decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori che in tutta Italia operano come rider per le piattaforme di food delivery.

Non si tratta di un ampliamento improprio del perimetro del Tavolo, ma del riconoscimento di una trasformazione profonda delle modalità di sfruttamento. Oggi il caporalato non agisce solo nei campi: assume forme tecnologicamente avanzate, urbane, apparentemente “moderne”, ma sostanzialmente analoghe per effetti e impatto sui diritti.

L’algoritmo delle piattaforme sostituisce il caporale tradizionale, riproducendone la funzione: organizza la forza lavoro, distribuisce le opportunità di guadagno, premia o esclude, determina unilateralmente il reddito, spesso con compensi incompatibili con standard minimi di dignità. La presenza significativa di lavoratori migranti, talvolta in condizioni di vulnerabilità amministrativa, accresce ulteriormente la ricattabilità.

Quella che abbiamo portato al Tavolo non è solo la posizione di USB, che da anni denuncia queste condizioni nelle piazze e nei tribunali.
È una realtà confermata anche dall’azione della magistratura.

L’indagine della Procura della Repubblica di Milano nei confronti di Foodinho S.r.l., società operativa per conto di Glovo, resa pubblica il 9 febbraio, e che oggi ha visto la convalida del controllo giudiziario da parte del GIP, ha fotografato un sistema organizzativo ritenuto riconducibile a forme di sfruttamento assimilabili al caporalato.

Non si tratta di un episodio isolato: tra il 2018 e il 2020 anche Uber Italy è stata coinvolta in un procedimento per caporalato, conclusosi con una condanna.

La richiesta che abbiamo avanzato è di prendere atto dell’esistenza di un vero e proprio caporalato metropolitano.

Le modalità di sfruttamento non si annidano soltanto nelle campagne del Sud, ma sono connaturate a un modello di sviluppo sempre più predatorio che trova nelle metropoli e nel lavoro a piattaforma una delle sue espressioni più avanzate.

Oggi i protagonisti, loro malgrado, sono i rider, che devono essere assunti tutti subito con il CCNL Logistica. Ma il lavoro a piattaforma si sta estendendo rapidamente ad altri settori dei servizi, portando con sé le stesse dinamiche di compressione salariale e riduzione delle tutele.

Su questo pesa una responsabilità politica trasversale: per oltre dieci anni si è lasciato campo libero a queste piattaforme, consentendo loro di espandersi senza un adeguato quadro regolatorio e senza controlli efficaci.

Per queste ragioni, oltre alle richieste avanzate in sede nazionale, USB formalizzerà la richiesta di convocazione di Tavoli analoghi presso le Prefetture su tutto il territorio nazionale, al fine di attivare strumenti di controllo capillari e di individuare contromisure concrete e incisive.

La lotta al caporalato non può essere selettiva né limitata a un solo settore.

O è una battaglia contro ogni forma di sfruttamento organizzato del lavoro, anche quando indossa i panni dell’innovazione digitale, oppure rischia di rimanere un impegno formale privo di efficacia reale.



Federazione del Sociale USB